Quello strano martedì…

A D erano venute le mestruazioni. Era capitato una mattina, era successo in sordina, come in un brutto risveglio kafkiano, era capitato e basta e ora non ci poteva fare niente. Ovviamente, essendo lui D, l’aveva presa stoicamente ed era salito in macchina, come ogni mattina, pronto a recarsi in ufficio.

Insomma, era pur sempre un UOMO e l’avrebbe preso da uomo, ossia di petto, come tutto quello che faceva, ma purtroppo per lui si sarebbe ben presto scontrato contro un muro. Perché la volontà poco poteva contro la realtà, i crampi erano forti, guidare era oltremodo fastidioso, fastidioso come era stato doloroso arrampicarsi sul suo SUV, ma lui era un uomo e non sarebbero state 4 gocce a renderlo diverso. Almeno così pensava mentre sfrecciava bestemmiando tra le stradine del paese. Arrivato a lavoro il suo umore, se possibile, era più irritabile del solito e le scale ahimè gli sembravano un miraggio irraggiungibile! E alla fine, a malincuore, aveva optato per l’ascensore, evento straordinario per uno sportivo e attivo come lui.
-Aspettami!-
gridava qualcuna alle sue spalle.
Occhi al cielo, pugno stretto, labbra serrate in una bestemmia, D non aveva avuto neanche il bisogno di girarsi per capire che era lei, Marisa, ufficio amministrazione, la donna tascabile dalla voce trapano. Ecco, pensava, e di colpo e in un attimo tornava alla memoria il perché non prendesse mai l’ascensore, la motivazione aveva un nome ed era ora in carne e ossa davanti a lui. Se solo non avesse avuto i crampi e se solo non avesse avuto addosso quella merda che fregava sulla pelle, pensava D, mentre abbozzava un sorriso. Ma il sorriso moriva, tramontava come il suo umore, 10 piani con lei, 10 piani prima che le porte dell’inferno si aprissero ancora donando libertà alla sua testa.
Decimo piano, tlin!
-Ciao D, a presto! –
Strillava Marisa, mentre lui faceva un cenno forzato con la mano.

Undicesimo piano, tlin!
Le porte si aprivano e finalmente entrava nel suo Regno. Aveva voluto l’ultimo piano come status e per tenere incattivite e in forma le sue valchirie. Aveva fatto bene, era stata una scelta giusta, ma oggi il suo status era stato la sua croce, perché oggi proprio no, D non riusciva a fare tutte quelle scale e aveva una fottuta fame di dolce! Pessimo. Nulla poteva andare peggio di così, sennonché in un attimo tutto sembrava volgere per il meglio. Il sole splendeva alto e ad aspettarlo alla porta c’era lei, la sua preferita, il suo Angelo caduto, bella, in piedi, protesa verso una piccola ape con lo stesso sguardo che un serpente avrebbe avuto con un topolino…
-Ciao D-
L’idillio veniva incrinato nuovamente da una voce aliena. Chi era? Chi aveva parlato? Era uno dei fottuti nani da giardino, Lucrezia. Senza neanche degnarla di uno sguardo D entrava come una furia nel suo ufficio con un umore, se possibile ancor più pessimo del solito e entrava nel suo acquario sbattendo la porta dietro di lui con fare plateale.
In tutto questo Liuk, che non era uno sprovveduto, aveva captato che qualcosa non andava e, per empatia e sincronismo, di lì a pochi giorni anche lui avrebbe avuto le mestruazioni, situazione incresciosa che lo avrebbero costretto a un inevitabile lunga e dura malattia.
Intanto D nel suo ufficio proprio non riusciva a provare una quadra per il suo malessere e in tutto questo, mentre si arrovellava le palle per cercare una posizione comoda per star seduto entrava lei. Lei era la sua croce e la sua delizia. Aveva trovato subito feeling con lei, era una delle più degne dopo il suo Angelo caduto, era bella, era stronza come piaceva a lui, ma aveva un piccolo problema, non metteva più i tacchi la stronza e questo faceva infuriare D che era ignaro del fatto che anche a lei quella mattina frullassero le povaie e che quel giorno si fosse molto risentita per il fatto che lui non l’avesse salutata.
-Ascolta D, dobbiamo mandare la nostra proposta, ma prima avrei bisogno di vederla con te-
-E non puoi vederla con il mio caro Ancelo caduto? Ho messo lei come capo ciuccia sangue di voi Valchirie, cavatela con lei no? –
-D, vorrei, ma tu ti sei sempre raccomandato che certe cose prima di uscire venissero discusse con te e quindi ora o dopo… quando avrai tempo e voglia, ne parleremo insieme!-
A D il tono di Lucrezia lo mandava sempre in escandescenza, specie quando quel tono da arpia stronza veniva usato contro di lui.
-Va bene Lucrezia, ma si da il caso che quell’offerta l’avrai sicuramente vista con Frigida e che quindi sarà una merda, quindi spiegami, perché dovrei perdere il mio tempo con te? –
Lucrezia stava per aprir bocca, ma a D la prospettiva di sfrangiarsi le palle con lei proprio non andava e così la liquidava malamente e senza possibilità di appello
-Guarda, al netto di tutte le cazzate che potresti dirmi non mi interessa cosa hai da dire, in questo momento non ho tempo da perdere con te e in ogni caso io ho ragione e tu hai torto-
E Lucrezia andava via, a testa bassa, non tirava proprio aria buona, 1 a 0 per D, D quel giorno macchiava sicuramente più di lei.

Ma non bastava. D si guardava attorno, aveva un irrefrenabile voglia di trattare male qualcuno, una voglia più forte del solito, ma il dolor di palle proprio non gli dava tregua. Era dunque lì a ballar la rumba sulla sedia, tra pieghe e fastidio, quando il suo sguardo infine si era posato su Ursula. Ursula era una della vecchia guardia, una stronza senz’anima con i tacchi come piaceva a lui, d’altronde l’aveva scelta lui, ma era da un po’ che gli stava stretta e guardandola, D entrava nella fase depressione. Stava avvizzendo, non vi era più abbastanza testosterone in lui, il suo Regno cadeva a pezzi, niente più sveltine pomeridiane, poco rumore di tacchi e niente più donne a prendere dalle sue labbra. Le sue valchirie erano cresciute, non erano più panda da salvare e lui non era più l’unico leone. Si erano evolute, lo avevano dismesso e ora lui aveva le mestruazioni. Era troppo da sopportare senza impalare nessuno!
-Ursula per favore vieni qui! –
La stronza andava punita, aveva alzato un po’ troppo la cresta e a D non stava bene. Pochi secondi dopo Ursula entrava tacchetinando nel suo ufficio, entrava, si fermava all’ingresso e lo guardava con aria di sfida.
-Ursula, quei Greci bastardi stanno cercando di incularci di nuovo! Bada bene, anche io al loro posto cercherei di incularmi chiunque, ma visto che il culo è mio non mi va di farmi inculare-
-Ho chiesto a Leche di farmi avere un riscontro ma… –
-Ascolta… Leche è cubano e che Leche lavori a Cuba con quanto di meglio avrebbe da fare rende lui un coglione. Quindi non parlarmi di lui che non me ne frega un cazzo, torniamo ai Greci, io non ho ancora voglia di farmi inculare quindi… tu devi fare qualcosa per me…-
-D io ho da finire tutta quella mole di lavoro che mi ha dato in carico Pillow e non ho tempo di prendere in carico la tua merda-
-E invece no cara mia, hai presente il vecchio caro Vlad? Ora io ti dirò cosa fare e tu lo farai! –
Ma Ursula non cedeva e infine urlava
-E allora mettetevi d’accordo e datemi delle priorità! –
E per contro D rispondeva con fare maturo
-E invece no, tu farai quello che dico io, perché io sono più in alto di tutti e quindi comando io! –
Il tutto condito da viril battuta di piedi a terra e uscita plateale dal suo ufficio. Perche infondo D, mestruazioni o non mestruazioni, rimaneva sempre un UOMO ed era giusto ribadirlo affinché tutti lo ricordassero.

Per la sua cattiva strada

E così si ritrovarono l’una dinanzi all’altro vestiti di soli stracci e tante paure. Troppi giorni erano passati dal loro ultimo incontro e inizialmente si trovarono quasi spiazzati, almeno Lei si trovò spiazzata.
Si aspettava di trovare un uomo fiero mentre invece ora si trovava difronte solo l’ombra dell’uomo che aveva desiderato per così tanto tempo…

“Come stai” forse chiese Lui, ma Lei non rispose, erano lì per un preciso motivo e lo sapevano entrambi, eppure Lei vacillava. Avrebbe voluto baciarlo, nulla di più, per lo meno non ora, non adesso perché anche se lo aveva desiderato tanto, tantissimo, Lei aveva paura che quella sarebbe stata la loro prima e unica volta e non l’avrebbe in nessun modo sporcata a quel modo. Non lo baciò e Lui non fecce niente per avere quel bacio e il tempo un attimo per Lei si fermò per davvero. Era la fine, era la fine e Lei non voleva anche se sapeva in cuore suo di dover chiudere, non era il suo cuore ma il resto che lo imponeva. Era sposata … era una donna sposata.
Il cuore in gola, la ghiaia sotto i tacchi, le zanzare, la voglia di scappare da Lui ora e da suo marito perché se le cose le faceva a Lei piaceva farle in grande. Per tutto il giorno si era chiesta il da farsi,bdevi chiudere diceva la sua coscienza e aveva ragione, Lei non era buona a vivere così, non sapeva dire le bugie, ma non riusciva a fare quel miglio in più.

Doveva chiudere,doveva chiudere per forza o con Uno o con l’altro,doveva scegliere perché il rimorso la stava uccidendo. Eppure ora vacillava……. Lui era lì e, nonostante tutto il male di cui erano stati così prodighi,per Lei molto era passato e ora non aveva senso parlare, non c’era nulla da dire, c’era solo da vivere il presente,c’era solo da fare.

Ma continuarono a camminare,il rumore di ghiaia sotto i piedi,poi l’erba e la panchina. Tergiversó ancora, il lavoro, le cazzate,la gara podistica,vuoi venire con me avrebbe voluto chiedergli? È a Ottobre è il progetto più a lungo termine che mi sento di fare ora con te,ma non sarà l’unico promesso, ma non lo disse mai a Lui. Quella fede fresca fresca bruciava e lei continuava a tormentarsi un dito.

Lui a un certo punto troncò il discorso per riportarla su quella panchina,per riportarla di fronte ai loro problemi. Un ora,un ora sola, quante cose da dire e ora? Non sapeva da dove iniziare, tutto il suo limpido discorso non aveva più senso, il suo discorso scritto su quel papiro era un sulliloquio che non aveva mai contemplato Lui, mentre ora Lui era davanti a Lei e chiedeva risposte,forse chiedeva formule magiche,forse le chiedeva di rompere o aggiustare, forse… forse perché Lui le aveva detto vediamoci questo venerdì e quello dopo,ma ora che erano su quella panchina tutto sembrava che dicesse che doveva dire qualcosa, che tutti si aspettassero che lei facesse qualcosa, che Lui quasi volesse che Lei chiudesse tutto.
Le sue parole suonarono vuote e quando Lui ls posa difronte a un quindi Lei rimase muta. Ora parlava Lui, ma Lei non voleva che lui proferisse alcun verbo,Lei voleva procrastinare,voleva altre parole, parole diverse, Lei sognava un colpo di scena, ma Lui era stato in silenzio ad ascoltare Lei e ora toccava a Lei, doveva ascoltare Lui.


Furono parole dal sapore di ruggine le sue e mentre Lei lo stava ad ascoltare dimenticò tutto il resto, tutte quelle frasi che l’avevano incollata al telefono.
Era la fine, la fine del loro amore.

Il viaggio di nozze

Lilith e Richard erano neo sposini.

Lilith sognava un viaggio di nozze semplice e rilassante come una crociera, ma Richard no. Lui sognava l’avventura e Lilith che era arrivata vergine alle nozze e che ancora non aveva appreso la sottile arte del ricatto, accontentò a suo malgrado Richard. Il viaggio venne quindi pianificato a grandi linee, quattro tappe significative e il resto un vero viaggio on the road come Richard aveva sempre sognato. Solo su una cosa non riuscì a spuntarla, la macchina. Lilith era buona e accondiscendente con suo marito, una vera sposa sottomessa, ma non avrebbe mai rinunciato ai suoi effetti personali e così Richard fu costretto a ripiegare su una macchina poco avventurosa, ma dal bagagliaio estremamente capiente.

Affittata la macchina iniziarono quindi il loro viaggio, Richard guidò incessantemente fino a sera e solo allora decise di fermarsi a riposare. Arrivata sera, l’albergo prescelto non pareva un granché, era un albergo di terza categoria, ma sembrava pulito e il neo sposo aveva veramente bisogno di dormire. Si sistemarono dunque in camera da letto e l’uomo sprofondò in un sonno profondo.

Lilith invece non riuscendo a prender sonno si sistemò alla finestra. Il panorama non era dei più edificanti, ma era pur sempre un qualcosa. Le luci neon del locale appena sotto l’albergo illuminavano il retro dell’albergo a intermittenza, ombrellino andava su e giù. Lilith sorrise, chissà perché questa cosa la faceva sempre sorridere. Intanto davanti al locale quattro uomini discutevano animatamente, in un angolo un po’ più lontano due uomini contrattavano una transazione e dalla stanza di fianco provenivano rumori molesti. Lilith guardò Richard, dormiva placidamente. Era bello. Forse lo amava, in realtà non ne era sicura, ma era felice di averlo sposato.

Richard si svegliò nel cuore della notte. Prese in mano il cellulare. Erano le tre, allungò il braccio cercando il soffice corpo di Lilith, ma non trovò nessuno. La parte di letto di Lilith era intonsa, la finestra era aperta, un leggero chiarore rischiarava la stanza, ma di Lilith neanche l’ombra.
Richard preoccupato si levò in tutta fretta, cercò l’interruttore che però non accendeva nulla, prese allora il cellulare per farsi luce e solo allora la vide.

Lilith era rannicchiata, immobile dietro la porta. Il respiro aritmico e pacato era incorniciato dai suoi grossi occhioni sbarrati.
-Tutto bene? Che ci…-
Richard non finì la frase che venne interrotto da lei.
-Shhhh-
gli intimó lei

-Stai in silenzio o ci sentiranno-
-Ma chi? Lilith chi?-
Stavolta Lilith rispose arrabbiata
-Sto cercando di salvarti, vuoi chiudere la bocca? Ci scopriranno e verranno a prenderci, stai indietro-
Richard allora scoppiò a ridere. Si era reso conto solo in quel momento che Lilith teneva in mano un accendino e una bottiglietta spray di profumo. Lilith sentendo il marito ridere invece si arrabbiò tantissimo, scaraventò via il deodorante e iniziò a fare le valigie. Lasciarono l’albergo un ora dopo e non si parlarono fino all’ora di pranzo. Lilith, ancora molto spaventata non voleva fermarsi per nessuna ragione e per questo motivo chiese a Richard di comprare presso il distributore di benzina del sushi per pranzo, ma a sole quattro ore dalla loro levataccia Richard si era perso.

Si era perso ovviamente in mezzo al nulla e ovviamente era sceso dalla macchina per chiedere indicazioni! In barba a tutto quello che lei gli aveva chiesto. Dannazione a lui.

Lilith impaurita invece rimase in macchina, non le piaceva quel posto in mezzo a nulla e men che meno le piaceva la vecchia con cui stava parlando suo marito. Era inquietante e dannatamente simile a Jessica Fletcher. Lilith dentro la macchina osservava torva e preoccupata la vecchia e suo marito.

A un certo punto vide che la vecchia invitava suo marito a seguirla in un qualche posto e ovviamente lui la seguiva. Lilith aveva visto abbastanza film dell’orrore per non immaginare cosa stesse per succedere a lei e suo marito ecco perché la donna decise di agire a quella situazione con determinazione.

Ecco perché come prima cosa, presa dall’ansia, ingurgitò tutto il sushi preso per pranzo. Guardava fuori e mangiava, cercava suo marito e non lo trovava. Il panico la divorava.

Decise dunque di chiudersi in macchina. La Jessica avrebbe ucciso suo marito eppoi sarebbe venuta da lei e avrebbe fatto fuori anche lei, ma lei non si meritava questo, lei era arrivata in quel posto per colpa di suo marito…
Era stato lui a trascinarla lì. Lilith piangeva e pregava, pregava Dio affinché la salvasse, si stracciava le vesti, piangeva e mangiava sushi. Era stata una brutta persona lo sapeva, ma non era giusto morire così per un idea di merda di suo marito.

Piangeva Lilith, chiedeva un segno, ma niente. Non c’era più nulla da fare, sarebbe morta lì, in mezzo al nulla tra confezioni di sushi esausto.

Il pianto fu interrotto improvvisamente da un rumore che la fece trasalire, era suo marito, il bastardo era vivo e ciò che peggio era in compagnia della vecchietta.
-Lilith scendi, pranziamo qui, la signora mi ha indicato una tavola calda-
-Richard no, non voglio! E ho già mangiato il sushi, questo posto non mi piace. Andiamo via-
-Ma dai Lilith, mi avevi promesso un’avventura, è solo una tavola calda, un caffè-
Lilith si strinse nelle spalle e scese dalla macchina. Un caffè. Solo un caffè. Seduta a quel tavolo Lilith ripensava a prima, alle sue lacrime, alle sue preghiere inascoltate. Arrivò il suo caffè, un orribile e imbevibile brodaglia. Richard andò a pagare e Lilith prese le chiavi delle macchina, salì in macchina, aspettò suo marito, aspettò di averlo a tiro e messo in moto lo lasciò lì. Guidò fin tanto che non trovò una città con un iniziale come il suo nome e fondò la Chiesa dei gatti di cui lei divenne gran sacerdotessa facendo una fortuna. Richard rimasto lì decise di vivere una nuova avventura sposando Rahul.

La morale della favola è dunque la seguente date sempre la mancia al cameriere, servire è un arte, bere il caffè pure.

Estateh

Lei era Genoveffa e lui era MyLord, lei era stra presa da lui anche se Genoveffa era sinceramente convinta che lui fosse gay in quanto Mylord si comportava da regina di tutte le sfrante, ma nonostante questa consapevolezza lei doveva averlo! Genoveffa ignorava il perché di questa sua presa di posizione ed era semplicemente convinta di essere sotto l’influsso di Adinolfi, ma sperava sinceramente che l’idea di fare la missionaria nel mondo gay fosse solo una vocazione momentanea e che lui fosse etero.

Intatto MyLord in tutto questo non rimaneva passivoh e continuava a rivendicare un italica mascolinità che solo lui vedeva e la situazione rimaneva in uno stato di en passe. Genoveffa avrebbe fatto di tutto per farsi notare da MyLord, cosa che accadeva regolarmente, lui le commentava sempre l’outfit facendole complimenti su come fosse riuscita ad esaltare la sua figura e la sua fisicità, ma Genoveffa non coglieva nessuno di questi segnali. Era pazza di lui, pazza da morire in un modo che può capitare solo quando si è giovani, avrebbe persino abbandonato la ricerca della pietra filosofale per lui, forse dico forse sarebbe arrivata a fare da colf a MyLord e il futuro marito di lui pur di stare vicino a lui, insomma Genoveffa era cotta e lingotta. La cosa era risaputa a tutti oramai, ed iniziava anche a venir a noia, ma nonostante tutto, nonostante Genoveffa la servisse a lui in modo spudorato, la nostra eroina continuava a non segnar punto.

Eppure… eppure se solo avesse voluto Genoveffa avrebbe fatto l’en plein nel vero senso della parola, perché quell’anno il piatto era variopinto e il pallottoliere contava:

  • il tirchio stronzo (un must have, banale, ma must have);
  • il daddy confuso che si era presentato al loro primo appuntamento con una camicetta in pizzo e che quando ballava ci mancava solo si mettesse a twerkare;
  • il timidissimo uomo di cultura che lei vedeva solo come un amico;
  • il cavalliere in odor di amor cortese che la trattava da regina, ma poi non quagliava mai;
  • il ragazzo confuso alla ricerca della propria sessualità che poi si sarebbe scoperto gay sopra ogni ragionevole dubbio anche senza aver fatto un giro su Genoveffa;
  • il ballerino di hip hop, già rodato e con marchio approuvé,
  • il latin lover che mentre baciava te ci stava già provando con la tua amica;
  • il giornalista di inchiesta (intellettualmente molto intrigante ma poi finiva lì)

Insomma, la scelta c’era, ma Genoveffa era cotta di lui e MyLord si vantava che le avrebbe fatto cose indicibili, ma ovviamente le stava ben lontano, così… un giorno, una notte che si tirava a far mattina in spiaggia un amico di lui lo aveva malamente rovesciato su di lei e MyLord si era acceso di italico testosterone divampando in un fuoco che avvolgeva Genoveffa lasciando alla fine imbarazzati tutti, anche la povera Genoveffa che non aveva mai immaginato che avrebbe avuto tutto quel pubblico, non pagante tra l’altro. Interveniva allora in soccorso dei due nuovamente l’amico di MyLord che saggiamente gli suggeriva di appartarsi con Genoveffa perché in fondo così fan tutti. Genoveffa si sentiva un po’ umiliata per il prima, ma era nella fase in cui il digiuno prevaleva sull’onore e così prendeva la sua mano e andava over the rainbow con lui. Quello che accadeva tra glicini e sambuco non sto a raccontarlo, ma la suspense ci fu per davvero, l’happy ending un po’ meno, nel senso che nulla alla fine volgeva come Genoveffa avrebbe voluto e forse anche questo avrebbe dovuto farle suonare un campanello d’allarme, ma niente, Genoveffa era troppo cotta per cogliere qualsivoglia segnale.
Il giorno dopo lei veniva formalmente accusata da lui di averlo preso con la forza. Le guardie ghignandosela andavano da lei, trovavano la scarpetta di cristallo che aveva sottratto alla sorella e la segregavano sotto il romantico ponte dei sospiri. Genoveffa diventava così un attivista, abbandonava le velleità di missionaria e diventava una frociarola convinta perché il vero must have di una donna é l’amico gay.

Il verde melograno

Brunella si era innamorata di Osvaldo, un amore di quelli veri, travolgenti, un amore da farfalle nello stomaco e fuochi d’artificio. Brunella era cotta e l’uscita da scuola, da quando aveva incontrato Osvaldo, era diventata una gioia perché lei sapeva, ne era sicura, che ogni giorno lui sarebbe stato lì ad aspettarla al bar della stazione con un mezzo whisky in mano solo per darsi un tono. Osvaldo poi, come al solito avrebbe fatto finta di non vederla, lei sarebbe corsa a salutarlo e lui avrebbe fatto l’orso, ma lei sapeva in cuor suo che lui era lì per lei ed era oltremodo sicura che lui ricambiasse il suo sentimento, perché erano le farfalle stesse a dargli la conferma alle sue risposte. Era lui quello giusto.

Osvaldo era più grande di lei, ma Brunella si era subito perdutamente innamorata, il perché le era ignoto, sarà stato forse il suo fare da orso, perché si sa… prendi una donna, non cagartela de pezza e questa ti cadrà ai piedi. O forse non era proprio così, ma con lei aveva funzionato alla grande. O … ancora … perdincibacco erano state le chiappe di lui o… la sua barba o il suo sorriso…
Brunella non lo sapeva, ma era innamorata e voleva gridare il suo amore al mondo, ma poteva pure star tranquilla perché il suo amore per Osvaldo sarebbe presto arrivato alle orecchie di tutti e sarebbe presto arrivato anche a quelle della sua reverenda madre, Ippolita.

Ippolita, la madre di Brunella, era una donna dura, una donna di altri tempi cresciuta in una famiglia di sette fratelli maschi, e saputo che sua figlia adolescente stesse frequentando un uomo, per giunta di qualche anno più vecchio, Ippolita reagì con profonda saggezza chiudendo sua figlia a casa a doppia mandata.
-Tu uscirai di casa solo raggiunta la maggiore età-
Avrebbe tuonato lei. In realtà poi, avrebbe voluto chiudere la figlia nelle segrete, ma il suo fiero scudiero nonché marito Ge’ non aveva mai assecondato il suo desiderio di costruire delle segrete sotto il loro maniero e così ella si era dovuta accontentare di chiudere la figlia in camera sua. Aveva confinato la figlia mella stanza più alta e sperduta del maniero, certo una bella sistemazione, ma non eran le segrete! Ippolita si compiaceva con se stessa e si complimentava per la sua maturità e freddezza nel gestire l’affare, ma si sa…l’amore rende pazzi e così sulle ali leggere dell’ammove Brunella sfidava la sorte e la gravità e scappava dalla casa materna per volare tra le braccia di Osvaldo.

Din don? Osvaldo c’è posta per te, un pacco, la tua fidanzata che da oggi in poi verrà a convivere con te. Gioia, gaudio e tripudio. Insomma si, Osvaldo era felice, ma la convivenza era pur sempre una cosa seria e loro stavano insieme da così pochi tempo. E allora Osvaldo chiedeva consiglio al fratello, Orlando, e insieme convenivano che sarebbe stato meglio dissuadere Brunella da una scelta così avventa, ecco perché le consigliarono di tornare a bussare all’uscio materno.
Sarebbero andati tutti e tre insieme a parlare con Ippolita e questa avrebbe capito, d’altronde come avrebbe potuto dire di no a due fustacchioni come Osvaldo e Orlando? Il piano era semplice. Brunella non voleva, ma Orlando e Osvaldo erano inamovibili, per loro era doveroso tornare dalla madre e ricucire lo strappo, gli avrebbero parlato civilmente e tutto si sarebbe risolto. Brunella aveva i suoi dubbi, ma i due fratelli erano fiduciosi e chi era Brunella per dir loro di no?
-Din don?-
-Chi sarà mai?-
-È il destino che bussa alla tua porta? Oppure no. Sono io-
-Ma io chi?-
-Tua figlia, Brunella-
Ippolita correva ad aprire dunque la porta e Brunella non faceva in tempo a dire nulla che la madre le porgeva due valige. Erano tutti i suoi averi, stipati in due valigie che prendevano aria sull’uscio. Il padre dietro osservava la scena in silenzio, i suoi occhi bassi non incrociarono mai gli occhi della figlia, che invano cercava i suoi.
-Ricorda non sei tu che vai via, ma sono IO che ti sto sbattendo fuori casa-
Osvaldo e Orlando erano senza parole, ma a nulla sarebbero servite le loro rimostranze, Ippolita aveva emesso sentenza e ora il caso era chiuso e con esso l’uscio materno.

Un amore troppo grande

L’aveva persa e non sapeva perché e così aveva deciso di reagire alla vita con petto in fuori e grande maturità alla

Versamene un altro Jimmy Jymmy

-Ma io non mi chiamo Jimmy! Mi chiamo Antonio e questa è Villanova-
-Oh cazzo, scusami se visto che la mia vita è di merda avrei voluto vivere almeno come in un film per una sera. Lasciami la bottiglia Jimmy-
-Signore, non posso lasciarle la bottiglia, teoricamente sarei tenuto a controllare quanto beve e a vegliare sul suo tasso alcolico-
-Wow….quindi sei il mio angelo custode… ma allora dov’eri quando io facevo la più grande cazzate della mia vita?-
-Al bar signore, a cercare di mantenermi agli studi guadagnando 2.50 euro netti l’ora, ecco dov’ero-
-Al bar, eri al bar… Jimmy mi deludi, che cazzo di angelo custode sei?-

A questo punto tutti i frequentatori si girarono verso il povero avventore che aveva alzato voce e busto. Forse era solo alla ricerca di un grande spettacolo, i rumori della macchinette si erano zittiti per un attimo, ma solo un attimo perché il buon uomo piombava ben presto miseramente con la testa poggiata sul bancone appiccicaticcio e oltremodo appiccicosiccio. Ricadeva sulle sue braccia stanche verso il bicchiere quasi come fosse questo dotato di chissà quale strana forza di attrazione. Antonio lo guardava e maledicendo il suo spirito crocerossino proferiva verbo:

-Signore…-
-Chiamami Jack, Jimmy-
-Jack…perché sei qui?-
-Perché lei è andata via, mi ha lasciato, l’ho perduta per sempre. Mi ha portato via tutto, dignità, voglia di vivere… tutto-
-Se ti manca così tanto Jack allora vai da lei, dille che l’ami, fai una pazzia, falle capire quanto sia importante per te, ma provaci cazzo!-
-Non posso, non ora-
-E perché?-
-Ci ho provato sai? Parole, messaggi, mi sono presentato sotto casa sua con un mazzo di rose, ho lasciato regali, l’ho aspettata fuori da lavoro. Ma niente, è inamovibile e io soffro, ma se solo mi desse un altra possibilità…potrei dimostrarle che sono cambiato, che sono quello giusto per lei-
-Mi spiace Jack, forse semplicemente dovresti fartene una ragione-
-Non posso Jimmy, siamo fatti l’uno per l’altra io e la mia Rosie-

E detto questo Jack, o come diavolo si chiamava, usciva dal locale lasciando una cospicua mancia. Il giorno dopo aspettava Rosie sotto casa e la freddava con un colpo di pistola per poi rivolgere la stessa arma verso se stesso. Rosie non era mai stata con Jack, in realtà Rosie neanche conosceva Jack.
Erano mesi che Jack la seguiva, Rosie aveva avuto paura, ma le sue colleghe la prendevano in giro

ah, avessi io un ammiratore come te

e così Rosie si era trovata sola, sola con una persona che non aveva saputo accettare un no come risposta.

Era una così brava persona avrebbero detto tutti di lui, lasciava sempre la mancia, mai una parola fuori posto, un gesto forse dettato da un cieco amore.

Si… troppo amore

E Rosie, bella ragazza, grande lavoratrice, testa sulle spalle forse troppa avrebbero detto. Povero Jack accecato da un folle amore, povero uomo la cui vita era stata così ingiusta.

Alla fine Rosie si spegneva, ironia della sorte, tra le braccia del suo aguzzino, l’unico ahimè che mai l’aveva lasciata sola.

Il cielo in una stanza.

Tic tac tic tac, le ombre si allungavano, ma il panorama non cambiava.

Tic tac, tic tac, cantava l’orologio tiranno eppure no. Il panorama non cambiava, un soffitto poteva vedere un ora fa e lo stesso soffitto vedeva ora. Cercava il cielo in una stanza, ed era finito lì e non c’erano ne santi ne eroi ma solo poveri diavoli come lui.

Erano ore che fissava quel soffitto, sentiva voci, rumori, passi, ma non vedeva visi. Un paravento lo nascondeva al mondo e gli nascondeva il mondo. Sentiva solo le voci, ma non era pazzo, no, non ora, forse era stato da pazzi tentare di seguire Nina, ma ora non era pazzo, quelle voci erano reali!

C’era chi si lamentava, c’era chi invocava Gesù e c’era il signor Aprile, che nonostante tutti i suoi acciacchi non si lamentava mai, ma anzi, continuava a inveire contro tutti perché si ostinavano a tenerlo lì invece di buttarlo al macero. Erano le porte dell’inferno quelle, eppure non c’era nessun Caronte. Forse si era licenziato anche lui, forse si era aperto un chiosco al purgatorio, chissà.

Tic tac e si spenserò le luci, ma di cielo in una stanza ancora neanche l’ombra.

Era buio e il silenzio ovattato nascondeva ansimi,rantoli, rumori molesti che venivano spezzati di tanto in quanto da qualche urlo che si perdeva soffocato nei corridoi.

Qui non c’era il Minotauro a far selezione all’ingresso, ma solo un enorme bocca spalancata, troppo lontana per poterci affogare, troppo vicina per potergli sfuggire. Poteva sentirne il fetido fetore, non era sazia e li avrebbe ingoiati tutti oppure graziati.

-Che ore sono?-
disse il Brucaliffo
-È l’ora del prelievo-
rispose l’infermiere
-Ma no, non posso farmi fare un prelievo, io il prelievo me lo faccio fare solo in Italia!-
rispose inferocito il Brucaliffo, pareva nervoso.
-Presto mi faccia alzare, devo andare-
L’infermiere allora lo afferrò bloccandolo sul lettino e chiese
-E secondo lei dove saremmo?-
-A Montecarlo, al casinò e dove semmai- rispose il Brucaliffo
-E io secondo lei sarei vestito così fossimo a Montecarlo?-

Poi buio, dissolvenza, silenzio e mattina. Fu svegliato da una donna.
-È l’ora del bagnetto, su mi aiuti a girarla-
E giù, rotolò di un lato, la testa iniziò a girare, la donna a lavare, veloce lo asciugò e rivestì. Torno supino. Rivide il soffitto.

Poi sotto quel sapiente e leggero tocco ebbe l’epifania.

IL CIELO IN UNA STANZA, AMORE A PAGAMENTO.

O la borsa o la vita.

È arrivata la befana, che tutte le feste porta via è così io esco con il mio particolare racconto di Natale. Anche quest’anno sono salva, nessun fantasma è venuto a infastidire la mia persona e il Grinch può prosperare ancora.

Spero possa strappare un piccolo sorriso.

Correva l’anno 2005 del signore, le Las Ketchup erano un lontano ricordo, alla radio i bambini facevano Oh e per le strade dilagava l’aviaria.

I polli rimanevano nei supermercati invenduti nonostante imperdibili promozioni
compra 4 e paghi 1 a soli 2.99 euro
e gli esercenti erano quindi passati ad appendere messaggi più rassicuranti tipo “solo polli italiani” oppure “nessun pollo è stato maltrattato” e infine “padroni a casa nostra“.

In tutto questo GiuLià e Amadeo erano chiusi in casa da giorni, non per sesso o per libido, ne per paura del vairus, ma perché influenzati da giorni. L’untore paziente zero, era stato Amadeo. Verosimilmente aveva contratto il vairus nel call center dove lavorava, GiuLià si era poi presa cura di lui e si era ammalata di conseguenza. Oltre ad essere l’anno 2005 del signore quello era pure il mese del signore, era Dicembre e più precisamente il 24 Dicembre. GiuLià e Amadeo avevano finito i viveri, avevano mangiato l’ultimo pacchetto di cracker il giorno prima e ora anche l’acqua iniziava a scarseggiare. Uno dei due doveva andare a fare la spesa, ma chi? Decisero di affidarsi al metodo più democratico: il termometro. Si misurarono entrambi la febbre.

Per GiuLià il termometro segnó un buon barcollo, ma non mollo 39.5 mentre per Amadeo il termometro arrivò a segnare l’imminente pericolo di morte 39.7. Amadeo avvedendosi di avere la febbre sopra 37.5 si stupì del fatto di non essere morto, ma nel dubbio decise di pentirsi di tutti i suoi peccati. D’altronde si sa, 37.5 è un valore equivalente alle colonne d’Ercole della temperatura.

Oltre a questo valore c’è solo oblio, mostri cattivi, cascate e infine il Kraken.

GiuLià invece stava più o meno bene, allora vestitasi alla bell’e meglio uscì dirigendosi verso il piccolo supermercato sotto casa. Era ben decisa a festeggiare il cenone di natale con un lauto pasto come nelle migliori tradizioni perché era pur sempre il compleanno di Gesù! Arrivata al banco della verdura, veloce prese carote e sedano, poi via verso le patate. Il piano era semplice, entrare, colpire, scappare, ma arrivata alle patate un enorme signora ostruiva il varco. GiuLià voleva attendere paziente, ma gli occhi lacrimavano, il naso gocciolava e così con voce spenta chiese gentilmente permesso. La signora si girò con una fugace scintilla di sfida, incrociò lo sguardo di GiuLià e si irrigidì. Le patate caddero tutte a terra. Strinse la borsa al petto e impaurita guardò GiuLià.

Era uno spaghetti western e GiuLià non era ne il buono, ne il brutto, ne il cattivo. Era l’appestata. Circumnavigò allora la vecchia, prese un sacchetto di patate e andò via. Comprò ancora altre due cose, tornò a casa e cucinò.

Festeggiarono il compleanno di Gesù con un brodo di pollo e due patate lesse.

Oh battagliero!

Erano la 53° divisione, era gli ultimi, i reietti, quelli messi a guardia di un avamposto sperduto, guardiani di un eremo eretto a baluardo e difesa della sovrana nazione. Ma nonostante tutte queste premesse e nonostante il Capitano fosse stato messo a comando di tale battaglione, Radenzsky inspiegabilmente non era molto felice.

La direzione centrale gli aveva dato i peggiori scalzacane, erano tutti poveri bifolchi, gente che vedeva quel posto come una punizione e non come una missione! Alcuni di loro poi parlavano a malapena la lingua madre, ma lui li avrebbe raddrizzati. Li avrebbe resi degni del nome della divisione a suon di patata e bastone, li avrebbe resi liberi rifacendosi alla letteratura. Si sarebbe ispirato a modelli come Gunny o il sergente Hartman, li avrebbe resi veri uomini, gli avrebbe insegnato a pisciare in piedi. Sarebbero presto diventati come un sol uomo, lui la mente e loro il braccio e infine…avrebbero mangiato insieme filo spinato e brindato con del napalm!

Ma i pensieri di gloria del Capitano erano destinati a spegnersi in fretta perché doveva prima occuparsi di lui…e mentre pensava questo guardava fisso Dimitrio…si proprio lui…

Menefreghista e oltraggioso omuncolo, onta di vergogna per il suo regimento, vile vilipendio alla sua amata patria. Dimitrio era stato destinato al confine in seguito a una bravata, una ragazzata. Era finito lì tra gli ultimi solo perché si era presentato alla visita di leva armato di una piccola beretta. In cuor suo avrebbe sperato che un gesto così forte, oltre a renderlo tosto tosto tosto tra gli amici, gli avrebbe garantito l’essere riformato per insanità mentale, ma invece no! La sua bravata gli era costata il deserto dei Tartari finendo così con il diventare croce e delizia del capitano Radenzsky. Dimitrio era un diverso, odiava l’autorità e non mancava di farne bella mostra di questa sua insofferenza, così ogni qual volta che riusciva a guadagnarsi la libera uscita il Capitano sapeva che non sarebbe mai più tornato in caserma di sua spontanea volontà. Quel ragazzo era peggio di un ingrato cane bastardo e mordeva la mano che lo stava svezzando ogni qual volta che poteva.
Portava sempre i capelli più lunghi di quanto fosse consono alla sua divisa, puntualmente la sua libera uscita si protraeva in qualche fienile e puntualmente si concludeva in un epidemia di piattole e pidocchi per tutti. Ma aveva carisma il bastardo e sapeva parlare, le donne lo volevano, erano tutte attirate da lui e dalla sua spacconeria, ma lui era schivo e lo era con tutto il genere femminile, madre compresa. Ecco la madre di Dimitrio, altro capitolo lanoso e annoso. La mamma.

La donna, dopo tanti e inutili tentativi di mettersi in contatto con il figlio, aveva chiesto infine aiuto al capitano Radenzsky il quale, essendo molto sensibile al tema, aveva costretto Dimitrio a prendere contatto con la madre, perché la mamma è pur sempre la mamma!!! Ma Dimitrio lo aveva gabbato e ora, per essere sicuro che questo non si ripetesse più, il Capitano si stava personalmente occupando del caso.

Dimitrio scriveva

“Reverenda madre, io sto bene”

etc etc, il Capitano lo guardava e si fregava le mani. Oggi sarebbe stato un gran giorno, oggi lo avrebbe raddrizzato perché lui e i suoi uomini avrebbero marciato con fucile e zaino in spalle fin sopra l’altopiano. Ebbene si, quella marcia l’avrebbe piegato, lì avrebbe fatti marciare carichi come muli oltre il deserto, lì dove la vegetazione si faceva fitta e dove il nemico avrebbe potuto trovare riparo. Oggi la 53° divisione finalmente avrebbe omaggiato della sua presenza quelle terre che già in passato si erano offerte come scenario di guerra, oggi i suoi uomini avrebbero toccato con mano il loro ruolo di gendarmi, si sarebbero redenti e avrebbero amato la loro posizione da privilegiati. Tutta la fanteria era stata divisa in sotto-squadre e tutti avevano una piccola porzione di terreno da setacciare. Dimitrio stava con Sokol, Sait e Sedrick e stavano seduti a chiacchierare amabilmente e fumare al posto di fare quello che gli era stato ordinato di fare. Sokol si era spostato un po’ di lato, stava cercando un posto per pisciare quando a un certo punto aveva urlato e tutti si erano precipitati verso di lui. Erano corsi tutti verso Sokol, intimandogli di abbassare la voce, per evitare di richiamare l’attenzione degli altri, ma si erano invece ritrovati un soldato che stringeva ancora tra le mani l’arnese e indicava con il getto quello che sembrava lo stabilizzatore di un ordigno inesploso.

Immediatamente fu chiaro a tutti quello che avrebbero dovuto fare, dissotterrare il missile e portarlo a Radenzsky. Lui avrebbe sicuramente saputo cosa farne. Finita in fretta e furia la fase di dissotterramento i quattro si caricarono quindi l’ordigno sulle spalle. L’impresa era resa difficile dal terreno impervio e il dislivello in altezza tra i tre commilitoni e Sedrick, il quale li superava tutti di almeno una spanna, per questo motivo l’ordigno viaggiava sbilenco rendendo il trasporto più faticoso per tutti. Decisero quindi all’unanimità che sarebbe stato meglio se fosse stato il solo Sedrick a caricarsi la bomba e Sedrick accettò contento, era un uomo di fatica lui e avrebbe viaggiato molto più comodo ora, senza i suoi commilitoni nani.

I quattro arrivavano in caserma solo a sera inoltrata, Radenszsky era furioso e stava parlando con gli alti comandi quando il frastuono lo richiamò fuori dai suoi uffici. Dimitrio, Sokol e Sait stavano urlando e tutti si erano fermati a guardarli perché dietro di loro c’era Sedrick che trasportava quello che sembrava essere un grosso ordigno inesploso. I tre urlavano e lo chiamavano per mostrare il loro dono, Radenszky non poteva credere a quello che vedeva. Il Capitano non fece in tempo a proferire alcun suono che Sedrick, vista la festante atmosfera, fece cadere con tonfo sordo la bomba a terra.

Tuuuunm.

Un rumore sordo e metallico squarciò il silenzio e tutta la platea si buttò a terra, tutti tranne Sedrick che rimase a guardare la folla senza capire cosa stesse succedendo. Il rumore si spense dopo un bel po’ e le urla di Radenszky infiammarono il cortile. Arrivarono poi gli artificieri e i quattro vennero congedati immediatamente.

Dimitrio lasciò la caserma il giorno successivo con un materasso legato sulle spalle, il perché non era chiaro neanche a lui, ma proprio come la beretta mentre lo faceva gli era sembrata una grande pensata.

Il tempo delle mele – consigli per gli acquisti.

Erano ragazzi qualunque che si erano ritrovati per caso a giocare con le armi, erano lì di passaggio e lo sapevano. Non erano un corpo di élite e mai lo sarebbero stati perché loro erano solo quelli li, quelli che ogni giorno avrebbero contato, di lì alla fine, quanti giorni ancora mancassero all’alba.
Erano quelli li, quelli che ogni mattina si alzavano per fare il secondo alza bandiera della giornata, erano quelli del “signor si signore” perché era meglio chinare la testa che prendersi due giorni di CPR. Erano quelli che il militare non era per loro perché a casa sapevano che avevano e avrebbero avuto sempre, qualcosa di meglio ad aspettarli. Insomma, erano ragazzi normali, gente qualunque, eppoi c’era Arturo, lui no, non poteva di certo passare inosservato. Spiccava tra tutti, non per bellezza, ne per intelligenza, brillava invece per la sua parlantina e per la sua ossessione: Mona. Tutti in caserma conoscevano la storia di Arturo e Mona. Erano questi il Dante e Beatrice dei giorni grigi e lui rompeva i coglioni quasi al pari del sommo poeta, non Dante, ma il Petrarca, che, con la sua divina Laura, le palle le aveva affettate più di Dante stesso e Arturo diligentemente ripercorreva quei passi.

Il problema però era che Arturo non era Petrarca, anzi, era ben più lagnoso, si poteva dire lo fosse quasi al pari di un Lucio e la storia dimostra, si vedrà, che non si aveva poi così torto. Perché in un mondo che prigioniero è, Arturo non era libero e respirava Mona, perché infondo lei, Mona, era bella, bella bella e il ragazzo era tanto giovane e governato da ormoni grossi come enormi pachidermi rosa.

I giorni passavano e Arturo si consumava perché lui no, senza Mona proprio no, non poteva stare, ma non era l’unico a consumarsi. Perché più passava il tempo e più Arturo le sciupava a tutti e…. in tutto questo sciuparsi e avvizzirsi di sacchetti sferici, Arturo era infine riuscito ad anticipare la libera uscita ed era corso da lei. Era scappato, era uscito dalla caserma stranamente senza tante parole, era volato via verso la sua bella colmo d’amore, l’amore per lei, per Mona. Aveva una rosa e così era andato via, il nostro soldato innamorato lasciava quelle mura e finalmente la caserma, sfogliatasi del rosa, poteva brillare nuovamente di rozza mascolinità e poteva tornare ai soliti temi. Si poteva allora finalmente parlare di donne, di troie e di suore, di osterie e di compagnia cantante e tutto sarebbe filato per il meglio, non fosse stato che… in anticipo sul suo permesso, Arturo tornava tra i comuni mortali.

Stranamente taciturno stava in disparte, sguardo basso, bocca stretta. Ai suoi camerata questo non pareva vero, ma purtroppo l’idillio era destinato a durare poco, perché dal silenzio si sarebbe passato di lì a breve a un pianto continuo e ininterrotto. La situazione sarebbe diventata intollerabile ben presto, nessuno sapevo cosa fare e fu così che Gino per salvare la situazione decise di andare a parlare con Arturo. Lo trovò lì.
Il ragazzo era sdraiato in branda, un sacco informe che piangeva e Gino a sua volta stava lì e lo guardava. Arturo non dava segno alcuno di vita tranne che per gemiti e singhiozzi alche Gino strattonandolo forte gli disse
-Bhe com’è andata?-
Silenzio.
-Non racconti niente?-
E grazie a una piccola spinta e uno strattone più deciso, Arturo si decideva a parlare.
-Mona ha un altro!-
E giù di singhiozzi. Ma Gino con abile mossa e grandi doti retoriche lo incalzava
-E tu come fai a saperlo?-
-Lo so perché quando sono andato a casa sua lei non c’era!-
E ancora pianto, un pianto sconsolato, naso che colava e tirava su senza sosta alcuna. Gino un fazzoletto non l’aveva, ma aveva un compito, risolvere la situazione e così impavido, continuava con estrema delicatezza
-E se non c’era come fai a dire che era con un altro?-
-Perché visto che non era a casa, sono andata lì dove andavamo di solito io e lei, in camporella, e lei era lì, nel nostro posto e stava lì con un altro!-
E a questo punto Arturo non riusciva a finire tra singhiozzi che veniva zittito dalla fragorosa risata di Gino. Gino rideva proprio di gusto e Arturo era esterrefatto, lui soffriva e lui rideva, ma che razza di uomo era? E Gino dopo un po’ si ricomponeva e diceva
-Vedi caro, la colpa è tua. Non si va mai a casa della propria fidanzata senza prima avvisare, è cortesia, verso di lei e verso l’amante-
E detto questo suggellava il tutto con una grande manata sulla schiena. Era tempo per il ragazzo di diventare adulto, di rialzarsi, tornare alla vita e dimenticare Mona…sennonché… sennonché una settimana dopo Arturo incontrava Gino e salutandolo con un enorme sorriso a trentadue denti diceva:
-Siamo tornati insieme-
E detto questo andava via tutto felice, mente l’amico lo guardava andar via.

Grazie a Gino non avrebbe più fatto lo stesso errore e lui e Mona sarebbero vissuti per sempre felici e contenti.